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Diamo un lavoretto a quel povero cieco: quando decidere per gli altri fa fare brutta figura

Ecco una storia vera capitata alcuni anni fa ma ancora molto attuale. Era una domenica di ottobre o novembre 2001 quando, come al solito, è venuta a casa mia una persona che conosco abbastanza bene per poter scrivere ciò che segue. Ovviamente non posso ricordare le parole esatte che ad un certo punto ha detto, ricordo invece perfettamente il concetto. Comunque ad un certo punto più o meno dice: “c’è un cieco lì a Este [in provincia di padova, n.d.t.] che è a casa senza far niente. Bisogna dargli un lavoro”. Per i motivi scritti qui sotto, quando sento fare questi discorsi, soprattutto se li sento dal tipo di persone come quella descritta di seguito, rimango sempre un po’ perplesso e amareggiato. Il motivo principale è che conoscendo la persona che era a casa mia quella domenica, per esperienza diretta so bene che i suoi non sono consigli o proposte, sono imposizioni. Siccome non è capace di decidere della propria vita e ha bisogno che qualcuno decida per lei e che gliela organizzi, allevia le proprie frustrazioni imponendo un qualcosa agli altri e quando qualcuno non fa ciò che lei dice si arrabbia tantissimo e comincia a denigrare la persona colpevole del reato di non aver fatto ciò che lei desidera. Se ti guardi intorno vedrai che ci sono molte persone fatte a questo modo. Senza voler generalizzare, spesso si tratta di persone frustrate le quali, con il pretesto di voler fare del bene al prossimo, cercano di alleviare la loro frustrazione facendo fare agli altri ciò che loro non riescono a fare. Hanno il bisogno di dominare gli altri per sentirsi qualcuno anche se camuffano questo atteggiamento con la scusa di aiutarli. Ma quando gli altri non si lasciano dominare, allora queste persone cominciano a denigrarli, a demolirli eccetera dimostrando quanto fosse falso il loro amore per il prossimo. Tornando alla persona in questione, non era un caso che desiderasse un lavoretto per quel cieco. Lei aveva perso il lavoro due anni prima (ottobre-novembre ’99), e ne aveva fatto una malattia nonostante si trattasse di qualche ora alla settimana che, con un minimo di creatività, avrebbe potuto riempire benissimo con altre cose magari più interessanti del lavoro che svolgeva. Gli altri motivi per cui rimango perplesso quando sento certi discorsi sono spiegati di seguito. Salvo l’eccezione di un soggetto con handicap mentale grave, penso che ogni persona abbia il diritto e anche il dovere di scegliere cosa fare o non fare. Il cieco in questione aveva più di quarant’anni ed era sano di mente e quindi perfettamente in grado di decidere da solo. Se desiderava un lavoro, ovviamente l’avrebbe cercato. E poi siamo sicuri che uno non fa niente quando si trova a casa? Si può essere a casa e svolgere delle attività utili anche al prossimo come del resto ho già fatto capire in Fuori serie. Per essere utili agli altri non serve per forza andare in ufficio (con tutto il rispetto per chi ci va, ovviamente). La persona in questione visitava quel cieco per la prima volta o comunque erano le prime volte che lo frequentava e quindi a mio avviso c’è stata una certa invadenza. Anche se i consigli di questa persona fossero stati realmente tali e non delle imposizioni, penso che per consigliare una persona bisogna aspettare a conoscerla almeno un po’. A meno che non si tratti di questioni lampanti o gravi, come fai a consigliare una persona per il suo bene se non la conosci? Cosa ne sai di ciò che è bene o male per lei se non conosci le sue caratteristiche, le sue inclinazioni eccetera? Ed infatti, quale tipo di lavoro puoi consigliare ad una persona che non conosci nemmeno? un passatempo qualsiasi? Qui in bassa padovana c’è una mentalità diffusa portata avanti anche da certi ciechi. Quando si parla di portatori di handicap, l’importante è dare loro un’attività, non importa quale. I talenti e le inclinazioni personali non vengono prese in considerazione. La persona in questione infatti dice: “l’importante è che mi diano un lavoro, qualcosa da fare”. Non dice mi piacerebbe svolgere questo o quest’altro. Per quanto scritto fin qui, quella domenica del 2001 non ero d’accordo con ciò che diceva quella persona e, sbagliando, invece di esprimere il mio dissenso, mi sono limitato a boffonchiarlo. Però è bastato questo a farla incazzare. Con molta aggressività ha esclamato: “e allora cosa facciamo? Lo lasciamo lì così”? Non ho risposto e se l’avessi fatto, dicendo che la scelta spetta al cieco e non agli altri, avrei fatto incazzare ancor di più la persona inquestione che non ammette che gli altri possano pensarla in modo diverso. Questo, ovviamente, con chi le è più vicino perché con chi desidera lei sa essere gentilissima e camuffare benissimo ciò che pensa.
Mercoledì 14 novembre 2001: vado a Este per suonare e c’è anche la persona di questo articolo e la sorella del cieco in questione che attendono d’andare in comune dove avranno un incontro con l’assessore per parlare del lavoro da dare al non vedente (ora non ricordo bene con quale asessore, probabilmente con chi si occupa del sociale e se non ricordo male era una donna). Da notare che il cieco in questione non c’era e la ragione la scoprirò in seguito ma lì per lì non ci ho badato anche perché non erano fatti miei. Tornato da suonare, ritrovo la persona in questione mogia mogia ed il motivo l’ho scoperto più tardi. Una volta a colloquio con l’assessore, la sorella del cieco dice che suo fratello non ha nessuna intenzione di fare ciò che la protagonista di questo articolo propone. Lui sta bene così. La protagonista di questo articolo ovviamente non sa più cosa dire. Se il cieco non desidera il lavoro, allora perché sono lì? Che figura da stupida! Fermo restando che non condivido il comportamento di quel cieco, però per un altro punto di vista dico che alla protagonista di questo articolo ben gli sta. Speriamo che la prossima volta ci pensi un po’ prima di decidere per gli altri anche se nutro dei seri dubbi. Ma in pratica cos’era successo? Per saperlo con certezza bisognerebbe parlare con quel cieco. Per certo però possiamo dire che a lui non interessava avere il lavoro. Non so se lì per lì si fosse lasciato convincere dalle mille parole invadenti della protagonista di questo articolo. Se così fosse, una volta che l’uragano di parole se ne era andato, ha potuto riflettere e decidere con la propria testa scegliendo di non aderire a quanto gli era stato detto. Poteva avvertire la nostra protagonista in modo che non prendesse appuntamento con l’assessore ma se non l’ha fatto una ragione ci sarà. Un’altra ipotesi è che il cieco in questione abbia detto di sì alle imposizioni della nostra protagonista tanto per togliersela di torno e poi, ovviamente, ha fatto ciò che riteneva più giusto. Di una cosa possiamo essere certi: che a lui la faccenda interessava davvero poco. Se non fosse così non avrebbe mandato in comune solo la sorella. Comunque, la nostra protagonista si è incazzata moltissimo e nei giorni successivi diceva: “guarda che figura che mi ha fatto fare”! Ma qual’era il lavoro che si voleva dare a quel cieco? Con esattezza non lo so ma so per certo che non gli sarebbe stato dato uno dei classici lavori dei non vedenti. Gli avrebbero dato uno di quei lavoretti/passatempi non retribuiti che si danno ai malati di mente o agli anziani che hanno perso il senno. Quei lavori che non sono utili a nessuno tranne che alle famiglie che possono togliersi di torno l’ammalato per qualche ora. Quando la situazione lo richiede non c’è nulla di sbagliato in questo. Credo però che un quarant’enne sano di mente abbia bisogno d’altro e questo “altro” debba essere lui a deciderlo.